BELTRADE, Milano. Il cinema che riapre e Il mondo in fiamme di Minervini

Che fare quando il mondo è in fiamme?

Forse non è un caso che giri questo titolo nei giorni del (post?) Covid e dell’omicidio di George Floyd. Vado a vedere Che fare quando il mondo è in fiamme? di Roberto Minervini, al Beltrade di Milano, non per caso: il piccolo cinema indipendente è stato l’ultimo a chiudere e il primo a riaprire dopo il lock down, con una programmazione varia e distanziata, tra classici (Fellini) e film che parlano di realtà. Fa parte del 2,5 per cento degli schermi italiani oggi attivi, pari a un totale di 85 (dati aggiornati al 17 giugno 2020).

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Neil Young. Homegrown, esce il quarto album della trilogia maledetta

Esiste un album intero che Neil Young ha messo da parte, nascosto, perché ai tempi gli sembrò troppo intimo e doloroso: lo “rilascia”, dopo 45 anni, oggi 19 giugno 2020. Alcune canzoni delle sessions di Homegrown – questo il titolo – erano già comparse alla spicciolata, ritoccate, rifatte: piccoli gioielli trascurati; altre, davvero inedite, sono oscure sorprese custodite per quasi mezzo secolo nella cassaforte di un’anima. Qui ci limitiamo a fare un po’ di storia.

THE DITCH TRILOGY Le sessions di Homegrown si svolgono poco dopo il travagliato making of esistenziale della famigerata Ditch Trilogy, nota in italiano come Trilogia del dolore: si tratta di tre album dark e sfigati – di vendite – succeduti al mitico Harvest, il titolo più venduto in Usa nel 1972. Averne di flop così, se sono lavori come Time Fades Away – il live di inediti che Young amò meno di tutti, tant’è che non venne tradotto in cd fino al 2017 – cui seguono On the Beach e Tonight’s The Night (un secondo live di inediti) in uscita invertita rispetto alla registrazione.

L’ADDIO DI WHITTEN È il primo dolore: la canzone Time Fades Away inizia con l’immagine potente e (io ho sempre pensato) sfanculante dei 14 junkies troppo deboli per lavorare… Per un po’ non lavora bene, è weak, pure Neil Young, cui muore per overdose il 18 maggio del 1972, l’amico e compagno d’avventure Danny Whitten.

Whitten, chitarrista dei Crazy Horse, viveva in un nebuloso periodo di droghe che lo aveva reso di fatto incapace di suonare. Young lo convoca nell’autunno del 1972 per far parte della Harvest band, provare le nuove canzoni di Time Fades Away e inciderle live nel North American Tour del 1973. Crede che Whitten si sia ripulito, lo ospita in un trailer a casa sua, al Broken Arrow Ranch. Piccolo particolare: Whitten ha sostituito l’eroina con la tequila. È troppo fuori per tenere in mano una chitarra. “Too far gone”, dice Young, che gli mette in mano un biglietto di ritorno per Los Angeles. Il giorno dopo gli arriva la notizia che Whitten è morto per overdose di alcool e Valium. Il canadese scrive sui due piedi Don’t Be Denied, una delle sue canzoni più amare sulle disgrazie correlate al successo (fonte: Every record tells a story).

Young racconta di questo periodo (con molte reticenze) nella famosa intervista concessa a Cameron Crowe, nell’agosto del 1974, per Rolling Stone, botta e risposta effettuato a zonzo per Sunset Blvd su una Mercedes rossa a nolo e nel porch della casa del cantautore sulla spiaggia di Malibu. L’intervista chiarisce gli altri motivi alla base della Trilogia.

L’ADDIO CON CARRIE L’altro dolore riguarda la relazione con l’attrice Carrie Snodgress – quasi Oscar con Diario di una casalinga inquieta di Frank Perry: dura dal 1971 al 1974 e termina, secondo Young, in modo amichevole. In musica, la love story è compresa – ma ora c’è anche Homegrown! – tra A Man Needs a Maid (Harvest) e Motion Pictures (On the Beach), che la chiudeva con le parole:

Well, all those headlines, they just bore me now/ I’m deep inside myself, but I’ll get out somehow/ And I’ll stand before you, and I’ll bring a smile/ To your eyes

Carrie Snodgress, per inciso, compare anche in un film di Neil, l’ostico art movie Journey Throug The Past. Fa precipitare le cose, forse, la nascita di un bambino, Zeke, con un grave handicap cerebrale, l’8 settembre del 1972.

La coppia passa dall’estasi alla disperazione, ma per un po’ Neil tiene botta (fonte: un’intervista della Snodgress a People Weekly, 1986) anche se è dell’attrice il maggior sacrificio. Negli anni con Young, del resto, la bionda e elegante Carrie, che poteva divenire una nuova Carole Lombard, stacca dal lavoro e si occupa della famiglia.

Quando si sente pronta a tornare, Hollywood la snobba, perché ha addosso “lo stigma del rock”, ricorda lei, anche se non ha mai preso neanche l’aspirina… Snodgress calca di nuovo un set nel 1978 in una parte secondaria in Fury di Brian De Palma, dopo aver perso per un mancato accordo sul compenso un ruolo da protagonista in Rocky (1977), cosa che le avrebbe cambiato la vita.

Snodgress in Diario di una casalinga inquieta

CARRIE SAYS Lo split del 1975 con Young, racconta Snodgress, le è incomprensibile: definisce Neil “enigmatico”, ma ricorda come un sogno la vita nel ranch di 15.000 acri dnella California del Nord, afferma di non aver mai litigato con Young e di aver affrontato con forza, e supportata da lui, i problemi per la disabilità di Zeke.

Un giorno, che segue ai lunghi periodi in cui Young si assenta per stare a Los Angeles con gli amici, Carrie viene messa alla porta e “trasferita” con il bambino in una casa di Young a Hancock Park. Più tardi, Snodgress lamenta il disinteresse finanziario del cantautore nei suoi confronti, specie quando Young trova una nuova compagna, nel 1977, e sparisce dalla vita sua e di Zeke.

Alla fine dei Settanta, Snodgress finisce in ospedale per percosse, vittima di un’altra relazione rock, con il solitamente cortese musicista e produttore Jack Nitzsche (al piano in Tonight’s The Night).

NEIL SAYS La versione del canadese sta nell’autobiografia poetica Waging Heavy Peace-Il sogno di un hippy (Feltrinelli, 2012): “Carry aveva molto da dare ma con me non durò a lungo. Posso prendermi io la colpa. Molta gente mi ha detto che le ho rovinato la carriera da attrice portandola al ranch dove l’avevo reclusa. Potrebbe essere vero. Ma grazie a Carrie ho Zeke Young, il meraviglioso figlio che amo. Perciò non cambierei mai quello che è stato”. Amen. Non aggiungo altro perché ricordo di aver abbandonato il libro su un treno, perché troppo auto-encomiastico e privo di dettagli interessanti.

LA NASCITA DI HOMEGROWN Il 1974 è stato un anno turbolento e produttivo. Con Tonight’s ancora unreleased, Young incide nella primavera On The Beach (l’album della marijuana e del miele, secondo la leggenda) pensando a un’uscita in estate – estate che poi trascorre con Crosby, Still e Nash in un tour di stadi e in una sorta di furia creativa. Compone sulla strada canzoni che, con quelle delle seguenti sessions, al Broken Arrow Ranch, a Los Angeles e Nashville, daranno vita all’attuale Homegrown. L’album è dichiaratamente ispirato alla failing relationship con Carrie. “Era (un album) un po’ troppo personale… mi sono spaventato” dirà Young a Crowe. Queste le sue esatte parole:

“It was the darker side to Harvest. A lot of the songs had to do with me breaking up with my old lady. It was a little too personal . . . it scared me. Plus, I had just released On the Beach, probably one of the most depressing records I’ve ever made”.

Alla fine opta per fare uscire Tonight’s, cioè l’album più “liquido” (ubriaco) che abbia mai fatto, grezzo e stonato, sporco e sofferto, ma che resta un picco incontrastato nella lunghissima carriera di Young. Poi arriverà Zuma e si volta pagina.

IL DISCO CHE VIENE DAL PASSATO è bellissimo, acustico ed elettrico, country e dark, dolce e allucinato. Come disse Neil Young a David Carr in un articolo del NYT (Neil Young Comes Clean, 2012), è il missing link tra Harvest e Comes a Time, Old Ways e Harvest Moon.

Alcune tracce sono già note agli youngiani. Ci limitiamo a quelle presenti nella tracklist e non alle altre canzoni appartenenti alle sessions. Little Wing è uscita su Hawks & Doves; Star of Bethlehem su American Stars n’Bar; Love Is A Rose su Decade. Sono state registrate ex novo: Homegrown su American Stars… e White Line su Chrome Dreams/Ragged Glory.

Non resta che ascoltarlo, dimenticando pure tutta questa storia.

A MARGINE Per la cronaca, The Needle and the Damage Done, incisa nel gennaio 1971, non parla della morte di Danny Whitten per evidente dato cronologico, ma ne descrive l’heroin habit. L’allucinata Tonight’s The Night è invece notoriamente dedicata a Whitten e a Bruce Berry, il roadie morto per droga. La voce di Whitten compare in un track, C’mon Baby, Let’s Go Downtown. Come a suggello di una storia di tre album incisi tra i fantasmi.

L’amicizia secondo EMANUELE TREVI. In DUE VITE, il ricordo di Pia Pera e Rocco Carbone

Aggiungere testo a testo: l’ultima visita in un giardino nascosto in Lucchesia, che esiste anche se dalla strada si intuisce appena. L’albero piantato a Roma, un coriaceo ulivo con una targa, regolarmente rubata, nel luogo dove si è consumata una sventura. Sono gesti e immagini, tra i tanti, che spiccano vividi in Due vite, il memoir che Emanuele Trevi ha dedicato all’amicizia e a due amici scrittori, entrambi prematuramente scomparsi, Pia Pera e Rocco Carbone.

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BRUCE SPRINGSTEEN. C’erano una volta e ci saranno sempre le WESTERN STARS

Springsteen è una questione di età, sua (70 secchi) e di chi lo ascolta: chi lo ha intercettato ai tempi di Born to Run (1975), di Bruce Zirilli (dal cognome della nonna) che incendiò San Siro, e chi, dopo aver aspettato The River (1980) come il Vangelo, si è commosso quando in No Nukes, con la bella faccia da fratello di Al Pacino, gridò: “Ho 30 anni sono troppo vecchio per il rock’n’roll”…

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Il buffone e ALBERTO BEVILACQUA. Ricordo di un’INTERVISTA INCANTATA

Alberto Bevilacqua era marcato a uomo in Mondadori dalle addette stampa, nel senso che gli dedicavano un’attenzione preoccupata – era sovente depresso, e pure incazzoso, e pure imbranato: andava accudito quando viaggiava e sorvegliato perché non facesse pasticci. Era del resto una delle rare galline dalle uova d’oro della casa editrice di Segrate.

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SNOWPIERCER, il serial. Corre su NETFLIX il treno bucaneve di BOON-HO

Snowpiercer è prima di tutto un disegno, quello del fumetto bucaneve francese del 1983 di Jacques Lob e Jean-Marc Rochette, una saga in tre episodi; diventa nel 2014 il più costoso film coreano, firmato dal futuro Oscar winner Bong Joon-ho; e ora, il lungo treno (1.001 vagoni) – Arca in perenne corsa, che accoglie l’umanità sopravvissuta alla glaciazione (siamo a -117), percorre un serial Netflix, prodotto dal regista di Parasite.

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Music&words. Da MILANO, MICROCOSMI e streaming di MONDI LONTANI

Sandeep Das

Domenica a mezzogiorno un live in streaming, mercoledì un breve e prezioso racconto. Milano riparte (anche) con un anticipo della IX stagione di Palazzo Marino in Musica, diretta da Davide Santi e Rachel O’Brian e dedicata alla natura. Un percorso multimedia da seguire sui social network seguendo gli hashtag delle due iniziative #musicformilan e #microcosmi.

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Bob&Poetry/2. Quando DYLAN era un libro NEWTON COMPTON (e le compilation erano BEAT)

C’era questo volumetto edito dalla Newton Compton, che allora era una casa editrice di paperback a basso costo, mal tradotti a volte (spesso), ma intelligenti – classici fuori diritti e cose “un po’ avanti” rispetto ai tempi. Mi capitò tra le mani, tredicenne, Bob Dylan Blues, Ballate e Canzoni (prima edizione febbraio 1972, costo milleduecentolire).

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INTERVISTA a CHIP CHEEK. A CAPE MAY, luna di miele con sorprese

Nell’autunno del 1957, due sposini, Henry e Effie, lasciano la Georgia per trascorrere la luna di miele a Cape May, New Jersey, in quel periodo dell’anno desolata e quasi spettrale città di mare. Delusi, vorrebbero tagliare subito la corda, e invece si imbattono nella bislacca e affascinante corte della bella socialite Clara, e di Max, suo amante e sedicente/seducente scrittore…

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PRIMO LEVI IN ROCK con Peter Hammill e i Manic Street Preachers

Il libretto di The Noise

Tra gli omaggi a Primo Levi, scomparso l’11 aprile del 1987, mi torna in mente un pezzo (quasi) prog rock. Peter Hammill, the Thin Man dei VDGG, in The Noise (1992) incise una canzone intitolata Primo on the Parapet, molto intensa, pur se piuttosto convenzionale, con almeno una linea di versi memorabile: The blindest eye is turned on the beast we clothe… La mise in coda all’album.

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