GABRIELE PEDULLÀ. Nei BISCOTTI DELLA FORTUNA c’è scritta la nostra sorte

La piacevole libertà di trovarsi fuori dal racconto stile Carver, oppure da quello di scarnificazione del sé praticato nell’autofiction, fa tutt’uno con le sorprese contenute in questi Biscotti della fortuna (Einaudi) di Gabriele Pedullà (Roma, 1972), autore in undici anni di un romanzo, Lame, e di un altro volumetto di storie brevi, Lo spagnolo senza sforzo. Qui, qualche spunto di lettura, partendo dall’inizio.

In Quando la città dorme, nell’ospedale in cui lavora, il medico Giacomo aspetta di notte, nei panni di marito trepidante e infedele, una sentenza fatale. Il tema sono i bivi che si aprono nel quotidiano (entrare o uscire dal sonno – rivelarsi o tacere col partner – addirittura vivere o morire) in una serie di rivolgimenti di ruolo e di prospettiva che altrove includeranno pure sconfinamenti nel fantastico – i quali, credo, sarebbero piaciuti a scrittori come Tabucchi o al Cortázar de La notte supina.

A proposito di fantastico: in O a febbraio o a settembre la trasferta di una giovane e brillante coppia nella New York del dopo 11 settembre tocca, come fosse un filo elettrico scoperto, una sorta di universo parallelo. Un meticoloso e realistico “racconto dell’intellettuale” diventa una ghost story, in virtù di un imprevisto e beffardo finale.

Ma sono fantasmi – e stratificazioni culturali o altrimenti stereotipi – anche i sedimenti di civiltà passate che decidono della nostra identità e hanno sbocco nel ricordo di una vacanza in un testo dei più belli – l’unico senza plot apparente – Nella terra dei Lucumoni, i magistrati etruschi.

Le ferie uniscono e mescolano gli abitanti stanziali e i turisti biondi del Nord, occupanti le vecchie e scomode abitazioni dei borghi. Nei ristoranti dove i camerieri vengono dal Mahgreb si motteggia all’ombra di Guelfi e Ghibellini, e già le comunità cinesi incombono: sarà solo il gelo dell’inverno a riportare una pace un po’ sinistra.

Scambi di identità, coincidenze e scarti, limiti e varchi toccano un riuscito dittico dell’amicizia. Nell’involuto e jamesiano (per via della reticente costruzione) Rouge 89 si ricorda un genio precocemente scomparso, alla luce di una visita al Père Lachaise e di un amore che lo spinge ad alzare la posta del coinvolgimento, fino a far scorrere il sangue.

Ne Il nostro amico – letterario e divertito – ogni svolta di trama, che può condurre il protagonista al riconoscimento di un enigmatico sodale, peggiora la situazione, fino alla catastrofe, e riecheggia, anche in una certa macchinosità, più che James certi racconti di Buzzati.

Gabriele Pedullà, insomma: senza raccontarci chi è e che cosa pensa tutti i giorni quando va a insegnare letteratura italiana all’Università, si permette uno storytelling (come si usa dire) intelligente e vigile, acuminato e aperto al lampo dell’invenzione. Come nel pezzo di bravura che da il titolo alla raccolta, quasi un divertissement (o no?): nelle massime contenute nei cookies farlocchi e industriali dei ristorante cinesi, alla fine di una cena importante, per la follia di un cuoco possiamo davvero veder scritta la nostra sorte.

IL LIBRO Gabriele Pedullà, Biscotti della fortuna, Einaudi

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