Ciao, Mr. Misery. ELLIOTT SMITH e il ricordo di un giorno sulla luna

Nel 25esimo anniversario dell’uscita, il 28 agosto è disponibile una versione rimasterizzata dell’album Elliott Smith (Kill Rock Stars) con coffee table photo book di 52 pagine, più un live album inedito. MAITA, artista di Portland ha invece inciso la cover di Coming Up Roses. Elliott Smith era nato a Omaha, Nebraska, il 6 agosto 1969: avrebbe 51 anni. Qui, un ricordo. Altre storie di musica su http://www.allonsanfan.it

Harvey Weinstein, il potente mogul non ancora svergognato, chiede una canzone in più per meglio impacchettare il film Good Will Hunting di Gus Van Sant. Elliott Smith, che ha già prestato al film dei pezzi editi, vede il girato e scrive Miss Misery, una storia bagnata di Johnny Walker Red che c’entra poco con quella di Van Sant, ma ne infilza in qualche modo l’anima. E tutto cambia. Elliott Smith entra in orbita per il suo “day on the moon”.

L’allunaggio avviene l’11 aprile 1998. Candidato all’Oscar alla miglior canzone, Smith si esibisce al gran gala delle statuette, imbustato in un abito bianco di Prada.

È un ragazzo con la chitarra e i capelli unti, con la giacca e l’orchestra che gli pesano sulle spalle: canta Miss Misery cercando di guardare a fondo sala e non Jack Nicholson seduto in prima fila. Molto disagio, il senso di una dismisura, un po’ di gioia trattenuta, anche perché Smith sente la sua presenza lì come una beffa all’establishment. Tanto poi vince Céline Dion, a gola spiegata, con l’inno d’amore di Titanic.

Sull’esperienza, c’è un significativo passaggio nel docu Heaven Adores You (2014) di Nickolas Rossi. Elliott Smith dice che è stato “really weird but it’s pretty fun for a day” e, parlando dell’eventualità di entrare nell’empireo delle rockstars, dice che è la persona sbagliata per diventare “big and famous”. Chi parla è il ragazzo triste di Portland, Oregon, che vediamo, nella sua prima vita, in un cortometraggio slavato e ostentatamente understated, Lucky Three di Jem Cohen, dove esegue tra l’altro uno dei suoi capi d’opera, Between The Bars.

Ma dalla luna non si torna giù uguali. Il nuovo album XO – che segue Roman Candle e i due per la Kill Rock Stars – esce a fine agosto 1998 per la potente etichetta DreamWorks e suscita la pressione delle aspettative.

Smith sta al gioco e contiene i danni, approfitta dell’occasione per avere una registrazione più professionale, che evidenzia il suo lato pop. Vende lo sproposito (per lui) di 400 mila copie. I testi sono stabili in depressione – solitudine e sbandamenti, alienazione e abusi -, rimangono sullo sfondo stavolta i suoni rauchi e arrugginiti di Ballad of Big Nothing quando Smith guarda la sua mala parata con occhi piccoli come capocchie di spillo, covando rabbia.

Sweet Adeline, tagliata a metà da un cambio di tempo e atmosfera, e la limpida e coinvolgente Waltz#2 sono tracce già dirette verso l’Abbey Road, vera e spirituale, dove Smith creerà le piccole grandi magie beatlesiane di Figure 8 (2000) – però, quando canta al David Letterman Show un brano di quel disco, Stupidity Tries – in un’altra passeggiata tv sul suolo della luna – il ragazzo del white Prada suit ha lasciato il posto a una sorta di homeless, un McCartney tossico.

È stato un ingannevole flash, nutrito dall’euforia musicale, dagli arrangiamenti sontuosi – così lontani da quelli ottenuti con un registratore a 4 piste – il refrain di Happiness: “All I want now/ Is happiness for you and me”: illusorio come il sogno di perfezione simboleggiato dall’8 disegnato dalla traiettoria di uno skateboard, la figura dell’8 che da il titolo all’album più sereno del songwriter – forse perché è il meno personale.

Portland/New York/L.A./Londra, studio/tour/cazzeggio, tra vecchi sodali degli Heatmiser o facce nuove e glamorous, la vita depressa di Elliott Smith non ha vera tregua ed è entrata nel blur accecante della dipendenza: all’alcol si sono sovrapposte eroina e da ultimo il crack. “I don’t advocate drug use” dice nel 1998 a John Robinson di NME, ridiscutendo lo status di junkie. “I just don’t see it as being as simple as being ‘wrong’”.

Nota oggi l’amica fotografa JJ Gonson, cui si deve la foto della cover di E.S. e che è una dei pochi ad avere ritratto Smith sorridente: “I felt that the media was encouraging him to go down a dark path… Artists like them are permitted to engage in behaviours that might normally be curtailed if somebody else didn’t have thousands of dollars invested in marketing them to be a thing” (theguardian.com, 26 agosto 2020). Al pubblico del rock angloamericano piace sempre – e le case discografiche lo sanno – il cliché del predestinato, che sia un Cristo monda-peccati o un clown tossico che si diverte per te.

C’è un ultimo contatto con il mondo della luna: Needle in The Hay – la canzone di E.S. che tra l’altro parla di stupefacenti – finisce nella soundtrack di The Royal Tenenbaum di Wes Anderson (2001) cui il songwriter non riesce però a consegnare una cover di Hey Jude.

Uno pensa: due talenti indie che si sono mancati di un soffio. Macché. Anderson è già il Lubitsch colorizzato dei nostri anni, già piantato nel gusto della gente che piace. Smith ormai un outsider fuori controllo. Anderson cerca Smith perché non ha i diritti del pezzo originale – non può avere l’ok di George Harrison malato – e sa che il songwriter ha un progetto di cover beatlesiane. È già nota una bella versione di Because, che appare nella colonna sonora di un film da Oscar, American Beauty (1999), e più tardi nell’edizione ampliata di Figure 8.

Su Hey Jude. “He did a version but he wasn’t in a great mental or physical space at the time and it just was not a successful recording session. It was kind of a mess” (Wes Anderson a Rodrigo Perez, IndieWire, marzo 2014). Needle in The Hay viene usata nella scena del tentato suicidio di Richie Tenenbaum, Smith pare non ne sia contento. La sua Hey Jude non l’ha più sentita nessuno. Si dice in un sito di fans che al chorus avesse partecipato pure il padre di Elliott, Gary, e che il brano fosse stata inciso un po’ alla buona per reazione al dramma dell’11 settembre. La cover resta introvabile. Stop.

Tutto il capitolo più tossico della vita di Elliott Smith, quello relativo a From a Basement On The Hill – l’album doppio che non uscirà mai davvero – è sofferenza umana e artistica che, lasciata la ricca ma esigente DreamWorks, si esplicita nell’incapacità di lavorare. Nascono lo stesso canzoni disperate e incantate, prima fra tutte quell’ossimoro musicale e poetico che è Pretty (Ugly Before) – il pop ritrova i chiodi arrugginiti, Elliott Smith canta con straziante candore qualcosa come “stavo così male che non sapevo che cosa fare”.

Dico prima che il ragazzo col white Prada suit – chissà chi glielo ha scelto e misurato addosso – in versione junkie sembra un homeless, un senza tetto. È ciò che trovo scritto spesso di lui nelle biografie, o negli articoli, quando si vuole raccontare in un’immagine sia il malessere che Smith si porta dentro sia quello che provoca in chi si imbatte in lui. Elliott Smith, provvisorio abitante della luna, non ha più casa sulla Terra.

È una metafora, ma finisce che Smith se ne va per davvero. Non sapremo mai che cosa succede all’ultimo indirizzo conosciuto dell’homeless in data 21 ottobre 2003 – abita a Silverlake, L.A., ai vicini è capitato di vederlo vagare con una coperta sulle spalle, mentre borbotta qualcosa tra sé e sé. Do you miss me, Miss Misery/ Like you say you do?

Che Elliott Smith e la fidanzata-musicista-manager Jennifer Chiba, tra cui vige un rapporto idilliaco/tempestoso – dipende dai testimoni – siano i nuovi Sid e Nancy seppure al contrario? È accertato, come dichiara Chiba, che il songwriter si fosse pulito (pericolosamente) da tutto, antidepressivi e alcol compresi?

Suicidio, omicidio: al mondo della luna non importa più niente. Resta l’impressione che Sid e Nancy siano riferimenti poco pertinenti, almeno al di fuori dalla cronaca spicciola, e che Elliott Smith sia semmai un fratello di Kurt Cobain e un nipote di Nick Drake. Aveva addosso il loro identico mantello magico e sfigato. Fa parte ora dello stesso cielo.

A margine/1. Compare la luna anche nell’album uscito postumo nel 2007, New Moon, ma il titolo inganna, è luna calante: raccoglie materiale per lo più inedito, risalente al biennio 1995/1997 – registrazioni del periodo Kill Rock Stars tra Elliott Smith ed Either/Or.

A margine/2. Il muro davanti a cui Smith posa nella foto di Autumn de Wilde sulla cover di Figure 8 è a Los Angeles e, dopo la morte del songwriter, diventa un luogo di memoria. Si trova al 4334 W. Sunset Boulevard, sede dello store Solutions Audio-Video Repair. Nel 2017, il muro viene distrutto, ma la parte della foto resiste (idem lo stencil di Elliott Smith appiccicato sopra). È interessante sapere che lo scatto – per premonizione o per il più prosaico motivo che si ricerca un’aura di mito – è stato ispirato alle foto di Nick Drake firmate da Keith Morris (fonte: DeWilde in un’intervista).

A margine/3. C’è una canzone (forse di troppo) ispirata al dramma del 21 ottobre: The Other Way, scritta da Rivers Cuomo dei Weezer per Jennifer Chiba, sua ex girlfriend. Registrata l’8 novembre come demo, si può ascoltare su Make Believe (2005) e conoscerà rare esecuzioni live e una ripresa acustica nel 2014. Ricorda Cuomo: “I wrote that song for Jennifer Chiba after Elliott died, and I wanted to console her, but I was confused and skeptical about my own motives for wanting to do so, so I wrote that song about that”. Forse perché nasce da fretta e da sentimenti confusi, è una canzone pop sotto e senza tono (fonte: weezerpedia).

A margine/4. Ho visto Smith live a Londra nel 2000, alla Royal Festival Hall nella rassegna Meltdown, quell’anno diretta da Scott Walker: mi ricordo solo che era al centro di un set più rock e strutturato di quanto mi aspettassi. Mal vestito, stava spesso di profilo sul palco, guardava gli altri, con la chitarra elettrica appesa al collo, e fumava una Camel via l’altra.

Altri spettatori, di cui ho ripescato le testimonianze sul web, sono discordi sullo show in un modo che dimostra in che terra di nessuno (rispetto alla sua audience ) fosse finito Smith. Uno lamenta infatti la presenza di un pubblico di trentenni perbene comodamente seduti e plaude invece il gruppo di indisciplinati dancer sottopalco. L’altro invece trova idioti proprio quelli che si sono alzati per ballare sulle note di 2.45 A.M. e ritiene assurda la presenza coreografica on stage di Nicky, definita una “ballerina anoressica e tossica”. Tutti d’accordo però sull’atteggiamento scazzato di Smith, quasi fosse perplesso o malato. Il pezzo meglio eseguito della serata? Everything Means Nothing To Me, non per caso una estrema dichiarazione di spaesamento e di alterità, con il verso del titolo ripetuto all’infinito…

Il memorial Elliott Smith a Los Angeles

Bibliografia: oltre a ciò che abbiamo linkato, qualche notizia su Elliott Smith arriva dal bigino Ballad of Big Nothing di Lora Greene (BookCaps) e da un articolo del Guardian di Alex Petridis, The mysterious death of Mr Misery. In streaming si può trovare (anche a frammenti) il bel docu Heaven Adores You. Una guida a tutte le canzoni di Elliott Smith, qui. Le canzoni che hanno una menzione singola su Wikipedia Usa riportano le diverse versioni di Smith, e le cover. Sul concerto di Londra e in generale per cercare impressioni sui live di Smith, qui

Credit: “Elliott Smith No. 4” by He Is Reason is licensed under CC BY-NC-ND 2.0

“Elliott Smith Memorial” bypixxiestails is licensed under CC BY-NC 2.0

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