STORIES. ARCIDIO BALDANI poeta per la strada

Piazza Diaz

Sotto un portico di piazza Diaz a Milano, prima ancora che vi campeggiasse la fiamma del monumento al carabiniere e a lato del grattacielo della mondana Terrazza Martini, stazionava, passeggiando avanti e indietro e occupando il suolo coi grandi passi delle sue scarpe lunghe e sformate, il sedicente poeta Arcidio Baldani.

Erano anni in cui la rivolta nel campo delle patrie lettere si svolgeva in spazi elitari, universitari, chiusi; i reading poi, e con essi la chance di vedere dal vivo uno scrittore, si tenevano forse, chi lo sa per certo?, oltreoceano, in California, e neppure si usava presentare tutte le sere verso le 18 i nuovi titoli nelle librerie.

Ecco perché vedere per strada un poeta, seppure sedicente, ed essere da lui adescati con semplici parole – Ragazzo, leggi poesia? – era un’esperienza insolita, che apriva una crepa nella mia routine quando andavo a lezione all’Università Statale, transitando appunto per l’angolo, per il presidio – a terra si trovava uno zaino zeppo di libri e altri libri ancora erano impilati sulle pietre del portico – di Arcidio Baldani.

Arcidio Baldani, il poeta, produceva raccolte dal titolo progressivo Opera Prima, Opera Seconda, Opera Terza e così via (seguite da un due punti e dalla parola Poesie) per un editore a pagamento, e faceva precedere i suoi versi da lodi o da giudizi raccattati ovunque, senza apparenti criteri di selezione. Bastava che la segreteria di un politico gli rispondesse: “L’onorevole ha ricevuto il suo dono”, per venire inclusi nella piccola rassegna stampa che faceva da prefazione al volumetto. “Grazie del libro”, firmato il Prefetto. Queste comunicazioni telegrafiche e sovente di puro servizio si avvolgevano a spirale serpentiforme, ingoiandoli, sui pochi: “Bravo, continua così”, vergati dai letterati ormai fuori moda e semi annegati nell’oblio che avevano fatto la cortesia a Baldani di rispondere all’invio del volume con due parole di numero. Opera Quarta Opera Quinta Opera Sesta. Due punti: Poesie.

Arcidio Baldani mostrava ai passanti che gli davano spago sia i carmi sia le stringate lodi indicandole col dito e costringendoli a seguirle sulla carta del libro squadernato. Standogli vicino, avvertivi pungente l’odore selvatico di un sessantenne che viveva molte ore per strada, vedevi le macchie di cibo, quasi dei rigurgiti, sul vecchio vestito grigio stazzonato, il grasso spalmato sulle lenti degli spessi occhiali da miope schiacciati sul cranio di giorno in giorno più pelato. Ragazzo, leggi poesia? Ragazza, leggi poesia? Signore? Signora? Opera Settima Opera Ottava Opera Nona.

Dall’Opera Decima

L’altro giorno mentre meditavo sulla funzione della poesia al tempo dei social network, mi è tornato in mente non so perché Arcidio Baldani, e ho sentito il desiderio di sapere qualcosa di più di quest’ometto strano, di levarlo dalla zona enorme e imprecisa dei ricordi di sfuggita, da “passeggere”. Prima di tutto l’ho cercato in rete, caso mai fosse rimasto impigliato qualcosa di lui o su di lui.
Ho googlato il nome di Arcidio Baldani per vedere se il poeta da strada, il mendico di versi di piazza Diaz nella Milano dei primi anni Settanta, era esistito davvero oppure, non disponendo più dell’unico libro che gli avevo acquistato, faceva parte degli scherzi della memoria.

Su eBay, in vendita a pochi euro, si alternano i titoli di Baldani. Si trova pure un blogger, Anfiosso, che di recente lo ricorda e ne traccia il ritratto psicologico, non avendo grandi appigli fattuali; se non che Arcidio Baldani avrebbe esercitato per lungo tempo – prima di diventare un poeta di strada? – la professione di professore di liceo a Roma.

Baldani, azzarda Anfiosso, era possessore di un’anima gretta e risentita, in escalation quasi paranoide, pronta sempre ad affrontare nella versificazione i grandi nemici – Marx e Freud, mi pare di capire – e tutti quanti, anche i più umili, che si frapponevano tra lui e la sua supposta grandezza: gli studenti a cui aveva insegnato, in primis, i vicini di casa che gli battevano a notte nel muro, certe signorine che non gli davano né amore né credito, e preferivano alle sue carezze le leccate di un cane bastardo.

Un altro blogger scovato in rete, Guglielmo Tagliapietra, nel 2012 tratteggia un ritratto ben più gentile di Arcidio Baldani, raccontando di averne discusso con il padre di un amico, un preside.
Nella biblioteca di Tagliapietra c’è ancora, come un fiore sopravvissuto a una stagione di gelo, l’Opera Quinta di Baldani, che porta una dedica autografa del 9 dicembre 1971.
Arcidio Baldani in questo ricordo è un docente di Brera, quindi milanese e stimabile, e occupa con le sue peripatetiche offerte di versi più spazio fisico di quanto ne rammenti io: tutto il quadrato del centro tra il Duomo e San Babila, dal Lirico fino al teatro Nuovo. Tagliapietra è incerto sul valore letterario delle poesie ma nota con nostalgia che Arcidio Baldani – non lo vede come me sporco e un po’ ciabattante, ma più alla stregua di una figurina di presepe – fa parte di quelle persone che non esistono più, di cui si è persa pure la memoria.

Va detto che Arcidio Baldani, a fronte del possibile pubblico che gli passava davanti il più delle volte ignorandolo o trattandolo come uno scocciatore – alla stregua di uno che distribuiva depliant pubblicitari – era già fuori tempo massimo, già inattuale allora.

I poeti, per guardare la società letteraria più da vicino, nel chiuso delle loro torri eburnee avevano allora prodotto figure e metafore diverse per la loro opera e per la loro figura di quella del Dialogante da crocevia che abborda il frettoloso passeggere. “Almanacchi, almanacchi…” “Opera Ottava, Opera Nona…” I poeti italiani avevano per anni trobato clu nell’era ermetica ed ora si erano aperti, dal 1963, all’esplosione avanguardista incoraggiata dall’industrializzazione: il poeta non faceva più il professore di scuola media o di liceo, semmai il capo ufficio stampa di un’azienda, lavorava all’Olivetti, oppure era uno psicoanalista impazzito pronto a leggere segni di linguaggi infiniti nell’inconscio, oppure un uomo in rivolta capace di parlare con disinvoltura il blabla insensato dell’alienato o del deviante. Intanto, se poteva permetterselo, certo, stava asserragliato in una casa editrice o nell’Università.
Insomma, questa riproposizione dell’anti-vate con le scarpe rotte e lo sciarpone (d’inverno), col basco calcato sulla quasi unta pelata, pareva molto più che un anacronismo, era forse una caricatura.
A pochi anni da quella che sarebbe stata l’esposizione mediatica e rivoluzionaria del corpo del poeta recitante – pensiamo al Festival di Castelporziano del 1979 – coi suoi piedi piatti Arcidio Baldani pareva più simile alle macchiette dei professori nelle trasmissioni satiriche della Rai radiotelevisione italiana. Somigliava al professor Aristogitone di Alto Gradimento.

Letto comunque il referto impietoso di Anfiosso, che pure gli dà un minimo di credito come poeta, e quello soft di Tagliapietra, che al contrario non concede a Baldani i galloni di emulo di Leopardi, mi sono recato nelle librerie dell’usato o antiquarie dove (per errore) qualche bibliofilo potrebbe aver messo in vista, non conoscendone la provenienza bassa, letteralmente da marciapiede, le opere di Arcidio Baldani.

ARCIDIO BALDANI: UNA LETTURA

I primi versi di Arcidio che ho trovato sul web nella mia ricerca sono stati questi e augurali oltre che aurorali:

Io sono creatura come il sole
che mi dà luce e un poco di splendore

Questo distico rende subito evidente una caratteristica del poeta Baldani: attinge in endecasillabi alla tradizione e non ha alcuna velleità avanguardistica, anzi. Ma neppure cercherà di destare la nostra attenzione e di stupirci con linguaggio bombastico e figure barocche, con buccine tritonie o altro armamentario tratto dal bric-à-brac del poetichese post dannunziano, come in realtà, così a occhio, temevo facesse.

L’amico Fabrizio della bancarella di piazza Loreto mi trova l’Opera Decima, con una fascetta bianca impressa sulla copertina azzurra, dove si dice che Arcidio Baldani è l’unico uomo che può vivere, e ad abundantiam, di poesia, libero da ogni costrizione mondana, lontano tra l’altro da “premi e trust industriali”. È dunque il primo uomo di un “mondo appena creato”, da reinventare, a cui cercherà, con ogni evenienza, di convertirci.
Il libraio mi dice che il volume gli ricorda le edizioni Rebellato e non a caso, perché esce dalla stessa stamperia, Bertoncello Arti Grafiche di Cittadella (PD), per servire la casa editrice Europa Unita. Siamo nel giugno del 1975.

All’interno, in stampa anastatica, c’è una lettera lodativa di Giuseppe Prezzolini, addirittura, che spicca tra le missive cortesi di potenti e pseudo tali. Compare pure l’indirizzo svizzero (via Motta a Lugano) del vegliardo che ai tempi doveva avere 93 anni, e anche il numero di telefono! – viene quasi voglia di comporlo. L’indirizzo di Baldani è invece Piazzale Biancamano 2, Milano, a due passi da via della Moscova, zona centrale e inopinatamente ricca, se confrontata all’aspetto da drop out di Arcidio. Indagherò. Il liceo romano, invece, si evince da un’altra lettera è in via Ripetta.

La lettera di Prezzolin

L’aletta del libro, scritta probabilmente dallo stesso poeta, è prodiga di informazioni: avverte che Baldani è appunto un insegnante in un liceo artistico della capitale; che ha sangue romagnolo, è infatti di Ravenna; che picchierebbe la testa contro il muro fino a romperlo per essere accettato nel giardino delle Muse: la sua Musa, anzi, è la madre, Elvira Poloni, che gli fa pure da Beatrice e lo ha aiutato a proteggersi dalla corruzione del mondo dietro la trimurti Foscolo Leopardi Pascoli. Anche se è Dante, di cui Arcidio è pressoché conterraneo, il vero progenitore.

Se letta, anzi scorsa, credendo di trovarvi un generico attacco alle brutture del mondo e un assalto all’establishment da parte di un autore naïf, cosa di cui incomincio a non essere più sicuro, l’Opera Decima stupisce.
D’accordo si parte con un elogio al piccolo, al poco, alle feste dell’anima, ci si lamenta degli stalli del cuore, ci si ancora alla pazzia poetica che proteggerebbe dalla lucidità suicida. Ma colpisce la materialità dell’opus di Baldani: per molti versi è davvero una poesia di strada, cittadina, metropolitana, fatta di prosaici dolori – i calli, nominati più volte, gli scarponi da mettere se ha piovuto. L’unghia incarnata, compagna di vita, finché il piede non batte sull’orlo duro della tomba, in una delle poesie di ispirazione in apparenza più lieve.
Arcidio sa bene di avere nei fatti, nel suo peregrinare, il “passo di scarpone” di un mendicante, e si riposa in quadri urbani deragliati, specchiandosi nell’anziana pazza che imbocca piccioni in Duomo, o nel nirvana a buon mercato di una vecchia mendicante che egli sente simile a sé.
La vita si apre a tratti su baratri di spaventosa solitudine o di incomprensione per la crudele finzione che richiede, incarnatasi a un tratto nella figura dell’omicida Rina Fort (Ford, bizzarramente, per Baldani). Molto spesso basta poco per mettere Arcidio al muro, quando, leopardianamente?, lui importunatore di passanti si trova a sua volta molestato da un “come va?” o addirittura da un “come sta?” che apre dietro l’aleatorietà di una risposta il panico del vero. Baldani sta come sta, come un animale, guidato da una certezza: la forza di diamante del poeta, afferma, è nella sua capacità di rifiutare o rifiutarsi.

Mi sembra di capire così, perché io non sono sul serio capace di leggere in modo sistematico una poesia o, peggio, una raccolta di poesie. La annuso, piuttosto, la sfoglio; come leggermente infastidito o trasognato guardo qua e là, senza riuscire a mettere a fuoco le parole. Ovvero, non so scrutare dentro la poesia quanto invece mi trovo a disagio a spiarla, quasi con la ritrosia del pudore, forse proprio perché la sovrastimo e la credo il luogo della verità ultima – e chi mai vuole essere ultimo? Chi vuole finire?

Ma ecco che qua e là, nei testi di Arcidio Baldani, ad alcune scontate visioni idilliache, come il “saporoso incanto” che è una bambina stesa al sole accanto al nonno (ne La bambina) si aggiunge un leitmotiv sensuale. Appare una piccola schiera di ragazzine, zoppine, camerierine di trattoria, trattóre, femmine invitanti; e alcune, a sorpresa, sembrano addirittura pronte al baratto di sé con il poeta mendico. Pronte di nuovo al contro adescamento: ovvero, lui adesca lei con la Nona – Nona Opera, per un po’ ho equivocato pensando che Baldani offrisse un disco di Beethoven -, la ragazzetta gli dà in cambio spiccioli e un 33 giri, che il poeta è incerto se accettare, perché preluderebbe a chissà quale connubio serale per le strade di Brera.
Ecco il desiderio bruciante, solo estetico?, di rivedere la ragazza della grata di una biglietteria, che si mescola in pagine adiacenti a un’avventuretta alla Scala rifiutata dal vecchione con sensuale civetteria e all’equivoco di essere scambiato per un pappone di zona Garibaldi; e il poeta spesso maledice di non saper fare come tutti, di non essere stato “torello fremente”, ma da sempre filosofo.
Arcidio Baldani, tuttavia, sa comportarsi: in una poesia significativa, proprio perché è l’unica cortissima, di tre versi appena, si lagna della “vena di prurigine/ che si arriccia dal fondo della pancia”, denuncia le porcherie di lì sotto, insomma. Contro di essa lo aiuta la forza di diamante della poesia, dicevamo poc’anzi.

All change!, d’improvviso. Da pagina 79 del librino, Arcidio Baldani molla Milano per Roma, e si farà vedere sporadicamente a San Donà di Piave o Portorecanati. Ma Roma, dove forse è ripreso il lavoro al liceo artistico, o soltanto lo ricorda, è un potente richiamo materno per il poeta, è il luogo della sacra Cupola, persino dell’immedesimazione in tutta umiltà con un altro piccolo uomo bianco, di cui Arcidio cerca la benedizione; e persino la sporcizia per le strade di Roma, nota cantando, è bella.
Di più: nelle ultime pagine Baldani si volge alla vera madre, la Beatrice che con ogni evidenza ha piantato a lungo in asso il suo Dante in questa raccolta, e appare però illuminata nei carmi finali, retroilluminata quasi, in un mix di versi e di prosa appartenente a un romanzo inedito, un probabile Bildungsroman.

È qui però, dopo la felicità romana, che il mio interesse già volatile si perde tra visioni celesti d’accatto dantesco, e preci varie; sì, qui Arcidio Baldani scivola sul marciapiede e scrive “preci”, che è un termine nemmeno più presente nelle parole crociate.
In questo aldilà per cui Baldani è pronto al traghetto, capisco che lo stesso Arcidio ha posto il limite ultimo del suo camminare, degli scarponi e del callifugo. L’idea non è più quella di pisciare a notte sotto il monumento ma di salirci sopra; il desiderio di spiccare ha forse prevalso sull’indomito personaggio, sull’uomo nuovo che ha tanto camminato fuori e dentro di sé per sfuggire alla volgarità del mondo e all’industria dei trust.
Eppure, sempre forse, è un attimo di resa e di riposo, che perdoniamo volentieri all’ispido e scontroso personaggio: niente – ci accorgiamo d’improvviso – ha fatto finora per rendersi davvero simpatico al suo frettoloso uditorio. La storia continua. Così questa mia indagine. A ritroso e in avanti nel tempo, visto che mi manca molto da leggere prima dell’Opera Dieci, e che Arcidio Baldani è giunto, come mi assicura eBay, almeno a quota Opera Dodici. Due punti: Poesie (continua).

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