ANTICHI MAESTRI. Alla Statale con SERGIO ANTONIELLI e VITTORIO SPINAZZOLA

Mentre cercavo un libro, mi è tornato tra le mani La tigre viziosa (Oscar Mondadori, 1979) di Sergio Antonielli. Proprio oggi, che ho letto sui necrologi del Corriere della scomparsa di Vittorio Spinazzola.

Antonielli e Spinazzola erano i titolari delle cattedre di Letteratura contemporanea alla Statale di Milano, quando ci misi piede a metà dei Settanta. A un docente toccavano gli studenti dalla A alla M, all’altro quelli dalla O alla Z, una cosa così.

Io seguii le lezioni di tutti e due, che non potevano essere all’apparenza più diversi. Antonielli, alto e scuro, dinoccolato e un po’ impacciato quando gesticolava con la pipa, come un vecchio detective, faceva lezioni aperte, quasi fosse scettico – molto scettico – sulla possibilità di individuare che cosa fosse esattamente la poesia e a che cosa servisse, poi. Sembrava ancora memore della guerra che con la prigionia in India (raccontata ne Il campo 29, Editori Riuniti) aveva mutato la sua vita: era tuttavia molto paziente e ragionevole, e capace di sopportare con calcolato stupore l’ambiguità e la crudeltà dell’esistenza – lo dimostrava pure la fedeltà al suo barboncino, una scelta di cui parlò più tardi in una pagina commovente l’amico poeta Giovanni Giudici.

Sergio Antonielli

Di certo, pensavo da ragazzo, doveva essergli in qualche modo conosciuta la natura degli animali di cui scriveva, quella della tigre del romanzo per esempio – la belva che era viziosa, se ricordo bene, perché scopriva di amare la carne umana.

Vittorio Spinazzola, invece: piccolo di statura e arguto, con un’espressione di ironia inequivocabile negli occhi, mi parve l’opposto di Antonielli, ma di eguale fascino. Era lui medesimo il crocevia teorico da cui passava, e in cui si mescolava con un prodigio, tutta la più nuova (per me) e agguerrita critica della letteratura (Marx Freud Jung gli strutturalisti…): ogni testo che affrontava a lezione era sezionato di caso in caso in maniera acuta e geniale.

Mi ricordo la volta che Spinazzola spiegò un romanzo di Pirandello e io rimasi a bocca aperta come avessi letto tutt’altro. Dovetti persino ricontrollare il titolo della novella. Senza contare la spiazzamento – soprattutto per me che venivo da un liceo “tradizionale” – che proveniva dalla sua attenzione al “basso” della produzione letteraria, alla categoria del popolare in una società che aveva scoperto nei Sessanta le arti di massa…

Tuttavia, pensandoci ora: il gesto sconsolato di Antonielli – quasi a schermirsi nel dire “questa potrebbe essere poesia” al termine di un’ora condotta su una lirica di Luzi – trova affine il fulmineo sguardo finale alla platea di Spinazzola: dopo i tanti giochi di destrezza interpretativi, dribblava ogni dogmatismo e lasciava al povero studente il regalo di farsi da solo l’impressione finale di un testo. Due maestri, direi di loro, se non fossero spiaciuti a entrambi i luoghi comuni.

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