VILLETTA CON OSPITI di IVANO DI MATTEO. Uno sparo nel buio di UN’ITALIA SPIETATA

Ivano Di Matteo (1966) è un regista e sceneggiatore che sa giocare a Cluedo con i fatti di cronaca, in film di solito molto scritti, sceneggiati insieme all’attrice e compagna Valentina Ferlan.

La sua scommessa ora è appassionare il pubblico a un Whodunit particolare, dove dietro alla storia, sia pure gialla-noir, si cerca l’ignavia o una colpevolezza morale (e sociale).

Dopo lo stalking (La vita possibile) e lo scontro di generazioni e di ipocrisie attorno al pestaggio di un senzatetto (I nostri ragazzi, ispirato al bestseller La cena), Di Matteo affronta l’estrema attualità – diremmo salviniana – di immigrazione e autodifesa armata dai criminali.

Dunque, eccoci in una non precisata cittadina del nordest, luogo che conosce ancora il benessere e, attorno al campanile, un tessuto di rapporti all’apparenza non degradato. Ma il dramma è in agguato e si accende in una villa di gente facoltosa – marito marpione, moglie depressa, figlia inquieta e di buone speranze. Basta un niente, anzi uno sparo e (siamo tutti avvisati) il buonismo di facciata diventa calcolo e perfidia, l’accettazione dell’altro odio e ripulsa, la malattia una scusa, la religiosità una truffa da cui trarre profitti di infimo cabotaggio, la polizia un corpo separato dello stato, che si fa prima di tutto i fatti suoi. Whodunit? Chi è il colpevole? Chi fa meno schifo?

La partita di Cluedo nella Villetta con ospiti del titolo vagamente christiano, nel senso di Agata, coinvolge attori bravi e navigati, delle vere maschere italiane: da Marco Giallini a Michela Cescon, da Erika Blanc a Vinicio Marchioni. Soffrono tutti però di una lettura troppo stereotipata della realtà sociale, che ne fa simboli (il ricco, il prete, l’agente, la romena…) più che persone vive alle cui gesta e alla cui sorte appassionarsi. Alla fine, nonostante alcune scene efficaci, e un bell’assolo di un ripugnante medico impersonato da Bebo Storti, rimane un senso non risolto di claustrofobia. Come se dal villino dei destini incrociati (e molto italiani) non fossimo usciti pienamente soddisfatti. Come se ci fosse ancora molto da dire, al di là del plot ben congegnato.

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