LUCIO QUARANTOTTO. Il grande, ultimo disco, COME UN FILM SUL MURO

Lucio Quarantotto costruisce le canzoni di Come un film sul muro, che esce ora e avrebbe dovuto uscire 7 anni fa, ripetendo spesso le parole, parole semplici e solide, come se volesse affinarle, renderle più precise o essenziali, portando spesso avanti il racconto con piccoli scambi di sillabe, con gli scarti delle allitterazioni.

Le parole ripetute, ri-pesate, ri-tarate, sono usate sovente nelle strofe come fossero un giro di basso, hanno una funzione ritmica oltre che melodica. Lasciate cadere, con ruvida dizione, assomigliano al brusco abracadabra di un mago che già sa e può predire la cerimonia dei nostri gesti, di abbracci e distacchi, il lavoro meraviglioso – in senso etimologico – di esistere.

C’è la consapevolezza che in fondo, con uno degli accorciamenti che troviamo spesso in Quarantotto, ‘Ogni parola è dannazione’, come canta in Guarda Me, una canzone quasi d’amore. Allo stesso modo, in cui “il futuro è il film sul muro” nello scabro teorema del potere enunciato in Monte di Pietà, una canzone quasi politica.

La musica (e la produzione) è intanto divenuta – è ritornata – elettronica da anni Ottanta con qualche voluta cupezza. New wave con ritmiche robotiche. Un palco elettrico – con le luci che si accendono e spengono – per un performer solitario, cui è lasciata, dai comprimari, la prima e l’ultima parola. Sono stati bravi in questo caso i due ex-ragazzi, i due pards di LeAlpi, Piercarlo D’Amato e Francesco Sartori, musicisti di sempre di Quarantotto, a rifinire il suono di un disco che sarebbe andato perduto e che diventa il quarto e ultimo del cantautore mestrino, scomparso nel 2012 (grazie, anche, a chiunque ha mandato soldi per il crowdfunding).

Lascio a chi ascolta scovare qui le “sue” canzoni; canzoni, come ho detto, fatte d’amore e di rabbia, di sguardo lucido e di sarcasmo. Canzoni quasi materiche. Io ho amato subito le prime due che ho nominato e, per intensità, La Barca e Pace & Guerra, soprattutto: mi rimanda al Quarantotto un po’ spaccone, che a modo suo sfida il mondo, di Tripoli, uno dei capolavori del capolavoro L’ultima nuvola sui cieli d’Italia (1990).

Ho messo in stand by per un attimo il pezzo più doloroso e più sorprendente dell’album, un viaggio poetico dentro e fuori un’anima che brucia, la stupenda Verso Vladivostock, e ho preferito rifugiarmi nella melodia dell’ultimo track, Alba apparirai: è una Time to say goodbye di adesso, fantasmatica, il Con te partirò imprevisto di un disco rubato all’oblio. “Un teatrino”, come si dice, perfetto. Perché, viene da chiedersi, Andrea Bocelli non la prende e non la fa volare un po’ nelle hit parade del mondo? “Sui marciapiedi/ un uomo cade/ un uomo cade/ un uomo cade” canta Lucio Quarantotto al termine di un album che rimarrà nella memoria, come è lui nella memoria di chi, anche per una sera, ha incrociato la sua strada.

Abbiamo già scritto su Idiotwind di Lucio Quarantotto, anche qui. Per avere altre notizie su come è nato il disco, qui.

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