Un ricordo di SILVIA SERENI tra i gioielli e gli scrittori di UN MONDO MIGLIORE

C’era una volta alla Mondadori editore un collettivo donne che univa le impiegate di varia posizione dell’azienda, e io vidi le foto di questo gruppo – me le mostrò la mia amica A. che vi aveva partecipato – addobbato per una festa al femminile di chissà qual Carnevale.

Non c’era nessuna vestita come Rosa Luxemburg, come uno potrebbe immaginare, dati i tempi, ed erano ancora da venire le nipotine di Frida Kahlo, ma facevano la loro figura uno Charlot, un Pierrot, forse, un’indiana pellerosse e una Calamity Jane. Silvia Sereni stava in un angolo vestita da ballerina di vaudeville con frange e collane e un bel diadema d’argento in testa.

Mi raccontò la mia amica A., che al contrario di Silvia aveva fatto un po’ di carriera: ‘Silvia era il tipo da dire, con candore, in fondo si potrebbe mettere ancor oggi un bel diadema’. La cosa sembrava estremamente eccentrica, soprattutto in quel periodo, ma era proprio così e non stentai a crederlo. Silvia avrebbe potuto uscire con in testa un diadema luccicante e le sarebbe stato bene, ovvero non avrebbe neppure dato nell’occhio. Era una sua virtù: essere preziosa senza farsi accorgere.

Quando entrai in Mondadori nel 1990, Silvia girava per le redazioni con la fama di essere una persona un po’ difficile: era del resto la figlia di Vittorio Sereni, l’uomo cardine per la nascita della Mondadori moderna. Sereni, poeta massimo del secondo Novecento italiano e accorto funzionario editoriale, era scomparso nel 1983 ma la Mondadori viveva ancora stregata dal suo fascino. Proprio per questo, considerai naturale che Silvia potesse avere – e invece non era assolutamente vero – le chiavi in tasca del Palazzo di Segrate.

Silvia teneva solamente alle sue, di cose, anche in fatto di giornalismo: non le interessavano le cariche, la carriera, amava i libri, in mezzo ai quali era sempre vissuta, e quelli ricevevano i suoi servigi migliori. Non le ho mai sentito dire qualcosa di prepotente, vantarsi di una conoscenza – e pure aveva visto passare per casa sua il Gotha della letteratura. Ecco: difendeva le sue idee fino a diventare molto dura se volevi spingere ciò che amava troppo in basso nel senso della comunicazione giornalistica. Era appunto quello che avveniva di regola in quel periodo di giornali in crisi. Quando, molti anni dopo, si trovò straniera ed esclusa da una Mondadori che non riconosceva più, ci rimase malissimo.

Quando ho saputo che è uscito un libro di memorie di Silvia, fatto di racconti che in parte avevo ascoltato dalla sua voce, avendo diviso con lei del tempo in redazione, ho ripensato alla storia del diadema – al fatto che Silvia era una donna elegante ed estrosa senza farlo pesare – e alla sua mancanza totale di carrierismo.

Ritrovo tra le pagine la sua rara e rigorosa discrezione: il diadema non era bigiotteria e le pietre erano vere, per chiudere con … la metafora? Dimmelo tu Silvia che non lo so.

Silvia ha raccolto storie e immagini senza metterci di mezzo l’ego. Sembra semplice, ma non è faccenda che si impara, fa parte di come sei. Questo le restituisce, anche nel momento in cui scrive in prima persona, quel rango di giornalista che forse non ha mai amato davvero. In ogni modo è semplicemente bello rivedere attraverso i suoi occhi Carlo Fruttero e Giuseppe Pontiggia, Elio Vittorini e Bartolo Cattafi, i volti di un universo oggi davvero perduto. Il libro, che è uscito mentre Silvia se ne andava, si intitola non per caso Un mondo migliore. Ritratti (Bompiani) e ha tutte le doti dell’autrice. Ne riparleremo.

2 pensieri su “Un ricordo di SILVIA SERENI tra i gioielli e gli scrittori di UN MONDO MIGLIORE

  1. Grazie. Un ritratto della Silvia vera che ho conosciuto e a cui ho voluto bene. Le rende un merito che purtroppo in vita non ha avuto, come sarebbe stato giusto.
    Anna Steiner

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