E PRIMO LEVI FU PRIVATO DEL NOME. Una storia solo in apparenza marginale

Se volessi fare un complimento a Carlo Zanda per la ricostruzione di un punto nodale, quanto poco investigato, della vita di Primo Levi, è l’aver usato un garbo particolare, anzi una cautela assoluta, quanto mai necessaria trattando di argomenti segnati dalla più feroce delle storie, la Shoah, e trattando di un uomo come Primo Levi, che ha dovuto fare i conti con se stesso, conti di definizione e di progettazione del futuro, dopo aver conosciuto le condizioni di vita e di morte del lager.

L’episodio circoscritto da Zanda in Quando Primo Levi diventò il signor Malabaila (Neri Pozza) è l’avventura per certi versi bizzarra di Levi autore di Storie naturali, il libro di racconti che nel 1966 doveva segnare il suo ingresso – abbandonata la memoria di Auschwitz, bruciante ma editorialmente cucinata al fuoco lento dei rifiuti – tra gli ‘scrittori normali’. Invece si registra un impiccio soltanto all’apparenza curioso.

Einaudi, nella persona di Roberto Cerati, chiede al chimico torinese di trovarsi uno pseudonimo. Il motivo è all’apparenza di pura natura commerciale, uno stratagemma per vendere più copie: il nuovo Levi deve ricordare il meno possibile al lettore il Levi già famoso come testimone della Shoah. 

Cosí, per la seconda volta, Primo Levi si vede rinnegato. Ad Auschwitz il suo nome era stato occultato da un numero, qui da un nom de plume scelto da lui stesso dopo un iniziale e comprensibilmente risentito stupore. Damiano Malabaila. E lasciamo a Zanda, giornalista e saggista meticoloso, scovare tutte le implicazioni, sociali e psicologiche, persino enigmistiche, del nom de plume; fermo il fatto che ‘perdere il nome’ è un’evenienza dolorosa perché – al di là dei simboli – concretissima. 

Nel libro, camminiamo tutti i giorni nelle scarpe di Levi da casa sua a via Biancamano, incontriamo il brillante gruppo intellettuale che si muove intorno a Einaudi nella Torino in trasformazione degli anni Sessanta, studiamo una per una le mosse di una partita a scacchi con la vita in cui il ‘salvato’ Levi sceglie spesso per vocazione o per la durezza dell’assedio subìto la mossa del cavallo. 

Riviviamo intanto un dubbio ricorrente perché profondamente connesso con l’identità. Levi non è sicuro se sarebbe stato uno scrittore senza Auschwitz, e non riesce a sentirsi uno scrittore appieno neppure nel 1966: i suoi stessi ex compagni di lager sono pronti a svalutarlo, ogni volta che lascia i panni del memorialista, nel caso specifico per abbracciare la troppo frivola fantascienza.

È noto il conflitto con Jean Améry, cui è dedicato uno dei capitoli cruciali de I sommersi e i salvati, ne sorge più tardi uno poco raccontato, qui ricostruito da Zanda, che verrà risolto postumo con una minaccia di denunzia della famiglia. Protagonista Giorgio Chiesura, antifascista veneziano, autore di Devozione – si tratta di un romanzo uscito per Mondadori e poi, dopo il ritiro dalle librerie, emendato dallo stesso romanziere veneto; qui Levi subisce un durissimo attacco personale, viene presentato con toni irrisori come il Giusto, l’eroe senza macchia che non sbaglia mai anche se, per chissà quale convenienza, dimentica gli orrori attraverso cui è passato.

Quel che succede dopo – il suicidio di Primo Levi -, esula dal racconto di Zanda, esce cioè dal focus dell’indagine, ma è comunque abbondantemente predetto: il libro, che ci indirizza attraverso una ricca bibliografia, prepara il terreno per capire l’addio di Levi alla vita. Ma questo è un capitolo in cui il signor Damiano Malabaila fa solo la comparsa. Almeno in apparenza.

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