ONLY TO SLEEP. MARLOWE indaga ancora. LAWRENCE OSBORNE firma un Chandler tra i fantasmi

Le trame dei romanzi di Raymond Chandler sono astruse e in qualche modo inconcludenti: forse sarebbe meglio definirle trasognate, poiché simili a storie di fate e incubi (“fairy tale and nightmare”).

Così pensa lo scrittore inglese Lawrence Osborne che, per suo conto, conduce un’indagine di Philip Marlowe – sempre cavaliere errante ma settantenne e stanco – e accentua il lato fantasmatico di un meticoloso e quasi stuporoso peregrinare in Messico, tra una stazione e l’altra di una via crucis già nota, tra un albergo cheap e una festa di paese con contorno di corrida, tra una spiaggia dove si svolgono sporchi traffici e il campo da golf dove giocava un divo di Hollywood oggi dimenticato.

Osborne stesso, come ha mostrato ne La ballata di un piccolo giocatore (Adelphi), è un autore attratto dalle ghost stories, ne conosce il passo prudente e accorto tanto più questo è incerto e misurato sull’illusione. E poi sia chiaro: l’inglese ha scritto ogni pagina, e lo dice, pensando che Marlowe è il tipo “always in a lonely street, in lonely rooms, puzzled ever but never quite defeated” (cit. da una lettera di Chandler).

Il romanzo che abbiamo tra le mani si intitola Only to Sleep: A Philip Marlowe Novel (Penguin Books) e Osborne è stato spinto all’impresa di reinventare il re dell’hard boiled dall’Estate che ne conserva i diritti. Prima di lui, avevano già affrontato Marlowe l’irlandese John Banville, con lo pseudonimo Benjamin Black, e l’americano Robert B. Parker (due volte).

Lawrence Osborne, una sera a Milano

Al centro della nuova novel, un avventuriero agé, Daniel Zinn: annega in Messico, dopo aver vissuto (un po’ troppo) alla grande, e si lascia alle spalle la bancarotta e una mega assicurazione di due milioni di dollari per la moglie, trentenne fiera e imperscrutabile, vestita di tutto punto pure se avesse un appuntamento nel bel mezzo del nulla.

Marlowe, che torna al lavoro dopo dieci anni, quasi controvoglia, lascia il buen retiro di Ensenada in Baja, e prende la strada per San Diego, e poi per Mazatlán, Puerto Vallarta… posti dove c’è gente che gioca ancora duro. Lui sente di poter ancora ballare, nell’anno di grazia 1988 in cui si svolge la storia, pure se le sue anche sono settate, avverte ironicamente, sui ritmi dei Quaranta, tipo Begin the beguine.

Osborne del resto fa zoppicare il detective appoggiato a un bastone dal pomo d’argento, che nasconde una lama – un sostegno che è un’arma e viceversa -, in un completo fuori moda di Hart Shaffner&Marx, un po’ troppo largo in vita.

È piacevole risentire, la voce di Marlowe, smagata al solito, soltanto più pacata e, almeno all’inizio, più propensa alla depressione che ai guizzi di cinismo. È automatico pensare che Daniel Zinn, l’avventuriero scomparso – tra l’altro un anziano, contrariamente a Marlowe, baciato dall’incoscienza pericolosa della gioventù – sia un parente non lontano, con i suoi occhi blu da ragazzo, del Terry Lennox de Il lungo addio.

Alla fine davvero tutto torna in una storia di alto artigianato, “fatta a mano, come ai tempi di Dickens”. Detto da uno che potrebbe essere il nipote di Graham Greene. Non è ancora nota la data di uscita in italiano.

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