PIAZZA FONTANA/3. FRANCO FREDA editore, le bombe, i libri, il trionfo del grottesco

Da bambino, nel dicembre del 1969, guardavo con spavento, quasi a cercare la spiegazione di come era potuto accadere un tale disastro, la grande foto in bianco e nero della Banca Nazionale dell’Agricoltura devastata dalla bomba: era stampata in doppia pagina su Epoca – a quel tempo Epoca era il Life italiano e ci scriveva sopra con austero sussiego Ricciardetto.

Cinquant’anni sono passati dalla strage di stato, e il libro di un tignoso, quasi ossessionato ex giudice, Guido Salvini, mostra come tante piste disattese avrebbero portato alla galera – o almeno a conoscenza degli italiani – i veri esecutori materiali dell’attentato e chi ci ballò intorno per innescarli. Ne La maledizione di Piazza Fontana, scritto per Chiarelettere con il giornalista Andrea Sceresini, Salvini ne indica molti con nomi di mestiere o di attitudine: l’Antiquario, il Paracadutista… E quando ha dubbi sulle prime gesta dell’organizzazione che li partorì, chiude il cerchio con i riscontri forniti da un romanzo-verità sulla cellula padovana di Ordine Nuovo.

Il romanzo, scritto da Anna K. Valerio assieme alla sorella, si intitola Non ci sono innocenti, 405 pagine in vendita anche online a 20 euro: è uscito nel 2016 per le Edizioni di Ar, che sono diretta emanazione del marito della signora Valerio, Franco Freda nientemeno.

Libro cui riesce un miracolo. Coniugare la deflagrazione del 1969 – e la foto in bianco e nero ma rossa di sangue che scrutavo da piccolo su Epoca – con una vicenda finita in ridicolo quasi fosse uno spin off di Vogliamo i colonnelli, celebre commediaccia all’italiana di golpisti suonati con la dentiera mobile.

Capita infatti che nel centro di Avellino, in piazza Libertà, Franco Freda, come se niente fosse accaduto, gestisca una delle case editrici più longeve del Secondo Novecento, se è vero che le sue Edizioni di Ar nacquero a Padova nel 1963.

In catalogo, si trovano capi d’opera nazisti doc, come il Mein Kampf di Hitler e i Tre aspetti del problema ebraico di Julius Evola – da cui nella prassi Freda ha imparato bene a Cavalcare la Tigre – o classici filosofici tipo L’anticristiano di Nietzsche. Ecco, quest’ultimo è il volume che, con civetteria, Freda salverebbe se fosse costretto a rinunciare a tutti gli altri libri del mondo. Né fa mancare alle Edizioni di Ar, una collana erotica, battezzata Le librette di controra, diretta dalla Valerio e nota più che altro per un attacco al sesso consumista di Melissa P.

Ma torniamo al punto. Il romanzo-verità Non ci sono innocenti è un’apoteosi del fredismo, di un dandy nazi-maoista e bombarolo, un tempo soprannominato Zurlì, per una vaga somiglianza con Cino Tortorella, e in queste pagine celato dietro le lettere maiuscole di l’Editore o l’Autocrate.

Questa, la schedina di lettura, con ogni evidenza autocompilata: “Non cerca solo la vendetta ideologica il capo della banda, l’Autocrate. Cerca quell’anello che non tiene nel sistema borghese, nell’Italia delle ipocrisie istituzionalizzate… – il belpaese delle sofisticazioni alimentari, degli enti inutili che drenano denaro pubblico a palate, degli assassinii per noia e delle stragi per lucro, del Monte Toc, delle canzonette, degli amori vigliacchi e dell’intossicazione yankee. Il suo è il doppio tentativo di cavalcare tanto il fermento ribelle che monta da sinistra, convincendo i compagni a unire le forze contro il nemico comune, quanto l’ambiente dei militari. Tutto questo servendosi di armi sempre più spregiudicate, che non possono non contemplare, alla fine, il tritolo. È la storia vera di Freda, di Ventura e dei membri dei loro gruppi tra il ’67 e il ’69”.

E Freda oggi? Il sito delle Edizioni di Ar e la sua pagina Facebook ci rendono edotti che dal 25 novembre è disponibile L’universo dorico di Gottfried Benn nella collana Il Cavallo Alato. Testo a fronte. Sempre dal sito, il ritratto del traduttore: “…un uomo che ha avuto una vita tutta al superlativo. Bellissimo e dannatissimo, capelli bianchissimi, ribelle non per una stagione ma per tutta l’esistenza, accusato a gran voce non di aver ucciso un paio di persone in un reflusso di pathos ma di aver organizzato la strage di Piazza Fontana, madre di tutti i ‘sacrifici’ politici (e poi assolto, dopo un processo decennale che tenne l’Italia incollata ai telegiornali). Timbro di voce più che grave. Cercagli solo un capello non bianco, grigio chiaro, sulla testa, e non lo trovi… Franco per l’anagrafe, per la legge e per i curiosi; Giorgio per sé e per tutti gli altri”. In un’intervista radiofonica del 2017, Franco (Giorgio) Freda, che se la tira da guru sulfureo in perenne sprezzatura anti-borghese, si definisce più tecnicamente “terrorista in congedo” vista una condanna a 15 anni scontata per associazione sovversiva.

Sull’assoluzione dalla strage delle stragi vantata nelle righe precedenti, invece, sa bene pure Wikipedia come è andata. La sentenza del 2005 dice che l’attentato fu compiuto da “un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo” e “capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura”, a quel punto però non più processabili per la regola del ne bis in idem. Su come invece in questo Paese si possano unire nello stesso paragrafo le lacrime più disperate e il riso sguaiato delle beffe atroci, votandosi al tono del grottesco – il surreale non contiene abbastanza drammatico -, siamo serviti. Il cinquantennale dalla strage ci offre più che altro l’opportunità di tenere lo sguardo fermo nel ricordo. Vogliamo i colonnelli? Macché, più banalmente verità e giustizia.

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