LUCIO BATTISTI NERO. Tutta colpa di MOGOL

Per capire l’estraneità di Battisti-Mogol dalla musica che sentivano i ragazzi di città negli anni Settanta, i ragazzi di sinistra o quelli che avevano semplicemente un sogno di libertà, ascolto sempre Innocenti evasioni, datata 1972.

Si capisce infatti che: 1. Il protagonista ha già una casa sua (mentre noi avevamo al massimo un saccoapelo). 2. La casa ha il camino (e magari pure il mobile bar!). 3. La casa ha luci rosse predisposte per creare atmosfera (già l’idea non pare brillante, ma non sono luci psichedeliche, di certo, sono luci rosse che fanno pensare di più a uno squallido night). 4. Per coronare l’adulterio, l’innocente evasione, il proprietario di casa, il condòmino peccaminoso, tiene pronto lo champagne in frigo.

Nella quasi contemporanea Dio mio no (1971), in vista di un appuntamento amoroso, si aspetta invece il macellaio che porti bistecche e caviale. Nessun giovane di belle speranze in quegli anni seduceva donne già molto femministe con questi oggetti simbolo, già da caricatura, già quasi fantozziani, di una agiatezza borghese.

Ma è tutto ironico, direte voi. Ironico certo, ma non cool. Il Mogol 36enne che firma le parole è un uomo fatto, sposato, e se dobbiamo considerarlo colto e spiritoso, lo è nel senso che crea qui un personaggio da commedia all’italiana. Dategli il volto di Sordi o di Tognazzi. Noi allora però guardavamo film con Dustin Hoffman, Jack Nicholson, Robert De Niro.

Per dire. Nel 1972 De Gregori incideva Alice non lo sa, Guccini Incontro e La locomotiva. De André, nel 1971, eseguiva Il matto rubandolo dall’Antologia di Spoon River. Anche culturalmente siamo da un’altra parte, siamo in America; ed è quasi paradossale che sempre nel 1972 esca un album postumo di Tenco con una versione scolastica di Blowing In The Wind firmata proprio da Mogol, un uomo per cui Bob Dylan, a livello di influenza poetica, potrebbe non essere mai esistito.

Potrebbe uno dei quattro cantautori italiani sopra nominati intonare alla sua ragazza dalla lunga gonna a fiori bella come il cielo il testo di Acqua azzurra, acqua chiara (Mogol, 1969), che esibisce questa perla: ‘Son le quattro e mezza ormai…, a quell’ora cosa vuoi, mi va bene pure lei’. Che spregio per la poveraccia di cui il protagonista della canzone diventa di malavoglia il fruitore finale.

È lo stesso uomo, di certo, che quando cerca in un rapporto la sincerità perduta con una modella (una modella!) che si spoglia (pare) nelle pubblicità, le dice: ‘eppure non sei meno bella in casa senza cerone, non dico che sei una rosa sarei un trombone’. O un’altra cosa sempre con desinenza in ‘one’. Continua cioè in Ma è un canto brasileiro (1973) un possibile film italiota ma stavolta un po’ più greve con il cumenda Guido Nicheli assoldato tra le comparse.

Insomma, per riassumere: l’homo mogolianus che vive in molte canzoni di Battisti, è più vecchio dei ragazzi degli anni Settanta, ha altre influenze e ascendenze culturali, è già disincantato, a volte quasi cinico, pur se con improvvisi sbalzi da esistenzialista fuori tempo massimo, alcuni ridicoli, altri meno (Emozioni, Il mio canto libero, fate voi…). Insomma, l’homo mogolianus che fornisce le parole a Battisti è altra cosa anche anagraficamente rispetto ai ragazzi di città che nel 1970 compravano gli Lp e non più i 45 giri. È altra cosa rispetto ai ragazzi che al concerto per Demetrio Stratos del 1979 non avrebbero voluto vedere, insieme ai ‘loro’ cantautori, Adriano Celentano. Celentano (pare) si autoinvitò; gli organizzatori gli dissero no, grazie, quel pubblico non ti vuole.

Qui non si è parlato di fascismo, si è parlato solo di un modo di intendere l’amore e la vita. E del perché si è creato l’equivoco o la certezza che Battisti suonasse un po’ stonato rispetto alla grande corrente vitale della musica rock e cantautorale degli anni 79. Colpa di Mogol.

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