GRANDI SCRITTORI. László Krasznahorkai e l’Ungheria disperata de IL RITORNO DEL BARONE WENCKHEIM (Bompiani)

Sfondo una porta aperta dicendo che uno dei temi di László Krasznahorkai (Gyula, Ungheria, 1954) è l’aspettare dei pezzenti, l’estrema speranza che agita i miserabili. Si ritrovano in complottante attesa attorno allo Stabilimento abbandonato di Satantango (1985), presidiano il carrozzone misterioso di Melancolia della resistenza (1989), affollano la stazione della cittadina angusta che pare ritrovare un soffio di vita all’arrivo di un aristocratico demente ne Il ritorno del barone Wenckheim (2016, edito ora da Bompiani).

Nessuna di queste attese messianiche può pareggiare le aspettative: lo si ricava dal clima di degrado irreversibile nel quale veniamo da subito precipitati e dal fatto che ciò che si attende non è chiaro neppure ai personaggi stessi. Krasznahorkai mescola angosce metafisiche, costruite con incredibile bravura in lunghi pianosequenza, a deliranti sogni da straccioni che, se devono qualcosa a Beckett, lo declinano però al quadrato: gli straccioni, si evince in Satantango, sono a loro volta attesi, Vladimir e Estragon si elevano cioè alla stregua di implausibili Godot.

Non ci sono dubbi su come andrà a finire: lo si apprende nella lezione di vita, o di poetica, posta in limine a Il ritorno del barone Wenckheim sotto la voce Avvertenza. È il monologo di un impresario crudele come un dio negato – nei romanzi di Krasznahorkai appaiono sovente, per ciò che si diceva, impresari e imbonitori – il quale mette in guardia la sua banda musicale riguardo all’inesistenza di un paradiso per singoli; ma non è neppure detto che il risultato, pur se si procederà compatti, possa soddisfare l’impresario o gli orchestrali stessi.

Il ritorno del Barone Wenckheim, diversamente dai due precedenti romanzi citati che facevano i conti con comunismo e post comunismo, va per tempi contemporanei, nell’Ungheria fascista, e aggiunge alla trimurti letteraria spesso evocata (Gogol-Kafka-Beckett), un quarto nume tutelare, essendo chiaramente Wenckheim un parente prossimo del principe Myshkin: l’innocente sarà nondimeno coinvolto in infernali sprofondi, questi ultimi destinati a fargli raggiungere vette quasi karamazoviane.

La ricomparsa del Barone, dall’Argentina in cui si è rovinato al gioco, si lega alla ricerca dell’amata di un irrecuperabile temps perdu, Marietta/Marika, e ha per preludio e contraltare le vicende del Professore, esperto di muschi, impegnato invece a trasformarsi in eremita da stamberga, con lo scopo di azzerare il proprio pensiero (lo incontriamo nel primo tableaux del romanzo), pratica che rimanda al filosofeggiare nientizzante del musicista al centro fisico di Melancolia e pure all’immobilità del Dottore in Satantango.

Non stupiscano gli echi tra un titolo e l’altro: Il ritorno del Barone Wenckheim, ha spiegato Krasznahorkai a The Paris Review, è il quarto in una serie che gli ha permesso di raggiungere ciò che davvero desiderava; ha battuto lo stesso tasto finché non è stato pienamente soddisfatto – il titolo che manca è Háború és háború (War and War), del 1999, ancora privo di traduzione italiana.

A margine. Mentre consigliamo un’immersione nel black humour con nobilissimo pedigree di Krasznahorkai, rimandiamo a un prossimo approfondimento i suoi rapporti con il regista Béla Tarr, cui ha fornito copioni reinventati dei romanzi, oltre che soggetti originali. Ma per apprezzare subito un momento di puro Krasznahorkai/Tarr in pellicola, suggeriamo di cliccare qui.

È il pianosequenza iniziale di Werckmeister Hármoniák, dura dieci minuti e riprende, alla chiusura di un bar, la ormai famosa lezione di cosmologia del fragile sognatore Valuska: il film del 2000 è tratto da Melancolia e fa da buona porta d’entrata agli universi paralleli dei due grandi ungheresi.

Nelle foto, due immagini di Satantango di Béla Tarr

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