GIACOMETTI, SARTRE, GLI OSCAR e qualcosa di trasparente anzi di OPACO

Alberto Giacometti, Ritratto del fratello

Le sculture di Giacometti mi ricordano, tutte le volte che ne vedo una, le copertine dei romanzi di Sartre, che leggevo da ragazzo, negli Oscar di tanti anni fa.

Uomini, donne e cani (forse) giacomettiani erano stati arruolati in blocco dagli art director della casa editrice. Mi ricordano La Nausea, in primis, e Antonio Roquentin, ma forse di più Matteo (Mathieu, una volta è tradotto anche il nome, un’altra no) nella trilogia inaugurata con La Morte nell’Anima.

Scrisse Blanchot – nel consueto pasticcio alla francese, con annusamento dell’Altro – che le figure di Giacometti non rappresentano ma rimandano al “…luogo della presenza non presente… della presenza nuda, che ha e non è nulla”. Chiusa sartriana che sarebbe stata sottolineata con un botto della voce dal professor Franco Fergnani (rileggere il suo Sartre, appena riedito da Feltrinelli): “Presenza della trasparenza umana nella sua OPACITÀ”.

Per ricordarmi della mostra ho scelto però un ritratto a matita di un fratello, legato alla giovanile stagione felice di Stampa.

Il tempo di Giacometti, Palazzo della Gran Guardia, Verona. Fino al 20 aprile 2020

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