ALTRI VERSI. La TRAP da manuale di DARK SIDE BABY detto ARTURO

Faccio una premessa 1. Non conosco bene le periferie, comprese quelle culturali, ma mi permetto di parlarne senza subire ricatti (tu non sai, ascolti solo mainstream e altre scemenze). 2. Leggo i testi delle canzoni, dei tracks, come una cosa a sé, alla stregua dei giurati di Stoccolma quando premiarono Dylan (nessuno mi dica: e la musica? Ascolta meglio la musica!).

Forte di questi due punti, mi sono avvicinato ad Arturo, disco solista di Side Baby, ex Dark Side, transfuga dalla Dark Polo Gang, gruppo trap romano, proprio per entrare più leggero in un mondo musicale che conosco poco.

Posso pensare che Alberto Arbasino abbia sbagliato quando intitolò un suo libro di versi Rap! (Feltrinelli) intendendo per esso una chiacchierata fatua e senza freni. Ma certo il Maestro aveva compreso come al rap in genere si attagliasse uno spirito confessionale, torrenziale, senza eccessivo filtro, di disincanto riguardo il possibile lirismo della vita (e infatti il rap è parlato) e di tolleranza post crociana (e forse cruciana) per le scorie del quotidiano.

Side Baby, che si fotografa in cover con un orsacchiotto in mano appoggiato su un corpo invaso dai tatuaggi e alla fine del disco lascia alla madre il compito di fargli i complimenti per il percorso compiuto, è insomma la Cosa che devo capire in mezzo a queste due fette di panino.

Una Cosa a disagio, avverte lui nel primo trackFreddo. Poiché Baby si sente come ‘un angelo peccatore e bastardo che fa sempre qualcosa di sbagliato’. È da tre giorni sveglio, ha freddo, nonostante il cappuccio e ‘il giacchetto’. Non sembra rianimarlo più di tanto il bacio di lei che pure si stampa a mo’ di un tatuaggio. Che cosa sta accadendo?

Elementare, Watson! Il rapporto con gli altri, dopo che si è raggiunto il successo, per ogni rapper o trapper è assai problematico. Affermerei che il lamento per aver raggiunto soldi e fama è un luogo comune, un topos per un rapper/trapper alla stregua della serenata sotto il balcone per il trovatore medioevale.

La Cosa qui con voce particolarmente cupa ammette (in Lei dice) che ‘…non si fida delle troie, che lo vogliono spezzare … non si fida neanche di un fratello…’. E la sua vita pare in effetti un andirivieni di atti senza senso, un su e giù ciclotimico, in giro per Milano, tra un tiro di erba e un occhio allo specchio, tra una minaccia a chi tocca i suoi cari e una tirata contro una lei che si fa viva solo quando lui sta contando soldi (ma comunque ha tanto cash che può metterlo nel tetto, Fabrizio Corona docet).

La Cosa si è giocata il topos di cui sopra alla grande. Ma tutto il disco è una ricerca di autodefinizione dopo un trionfo o dopo una caduta (ma lo sarebbe anche in assenza di essi), esprime il desiderio del protagonista di essere vero e comportarsi di conseguenza: che cosa sia questa ‘verità’ non si capisce mai bene, non solo in Side Baby, ma in tutta la categoria, e si afferra solo al volo che non ha niente di metafisico. Semmai è un concetto quasi pratico, sovrapponibile all”essere totalmente spontaneo’. Pure a costo di smenarci (dei soldi, una scopata). Al limite è qualcosa del tipo: fare quel cazzo chi ti pare. Si tratta in ogni modo di un altro topos per il rapper/trapper come per un antico Parsifal la ricerca del Sacro Graal.

In Non ci sei tu, per esempio, dove si discetta dei limiti della sobrietà, la Cosa elenca i valori base della sua vita sopravvissuti alla tempesta dei marchi (Gucci o Fendi?): ‘amo mia madre il mio rione e amo Roma sono uno stronzo di strada vengo dalla fogna’ con una catena da due etti al collo. Valori basici situati in un grafico che, in fondo, ha per ordinata il libro Cuore e per ascissa un po’ di rancoroso trashismo sovranista, ma pur sempre valori incontestabili.

Già, l’amore? Dove si trova? In Ghiaccio, dove si è in bilico costante tra umor nero e spacconate, la Cosa annuncia che il suo scopo è ‘restare vero fino al giorno in cui schiatto’ e avvisa o minaccia la lei di turno: ‘Fotti con me resti di ghiaccio lo sai come lo faccio’. Boh. Povera.
Forse la love song più romantica di Arturo non si trova qui, ma nella traccia numero 9, non a caso intitolata XSempre. Ecco: ‘Dimmi se moriresti per me… Io per te sono quasi morto. Io da solo non mi sopporto. Dimmi cosa e te lo compro…’ Gucci o Fendi? Va notato che rispetto al periodo Dark Polo il numero di brand citati è sceso in picchiata.

Un altro tema della Cosa e del rap/trap è la forte tentazione di scappare, di estraniarsi da tutto, di darsela a gambe levate, di non partecipare al gioco truccato della vita né tanto meno a quello della ricchezza e della fama cui è collegata in automatico la droga, una cosa divertente ma da non fare per sempre. Qui il compitino è svolto in Jappone(ci si va prendendo due ‘bip‘ per quindici ore di volo: il viaggio sarà una metafora? O ha solo bisogno di un tranquillante per volare?).

Ma a volte scappare non è necessario perché la Cosa non sa neppure se si trova sulla Luna o su Marte, nel track Plutone, dove a un certo punto rappa o trappa che fuma plutonio e dà due pizze a una, ma non si capisce bene perché… Non si può capire tutto nella vita come nel rap/trap. In vista dell’apoteosi dove torna ogni tema, ogni topos del rapper/trapper di inizio secolo.

Nel track 11, Side Baby si autodefinisce infatti con l’aiuto della madre che in viva voce gli fa un pippone assolutorio, gonfio di orgoglio genitoriale, e gli assicura, al suo Arturo, che tra gli alti e bassi della vita le ha dimostrato di sapersela cavare, e che, se Arturo si sente pronto a finire in cenere, come afferma il rapper/trapper in un momento cupo, via, dai, almeno proviamoci a vivere. The End.

Date le prime due premesse, mi sembra di aver capito che tutto quello che ho ascoltato (un’altra volta parleremo pure del metro dei versi) è qualcosa di estremamente rozzo e rudimentale nei testi come nei suoni. È solo un ragazzino, direte subito voi. Ma il Corriere della Sera gli fa l’intervista anche se in taglio basso, e Vanity Fair ne raccoglie le confessioni. E sta per cominciare X-Factor con un altro ragazzino su cui si è scritto tutto e il contrario di tutto, quel demoniaco giovinastro di Sfera Ebbasta… Vogliamo ascoltarli davvero questi rapper/trapper una volta o l’altra? Oppure ci coglie il fastidio neanche fossimo il Pd di inoltrarci nelle più affollate periferie culturali e in una musica di sfondo che può, ebbene sì, essere noiosa come una impersonale discoteca degli anni 2.0?

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