Rock&Poetry. MICHAEL MCCLURE in cielo con la MERCEDES BENZ di JANIS

Se ne è andato Michael McClure, mi telefona il mio vecchio amico Marco. Aveva 87 anni, è morto a San Francisco, e dove se no? Lascia Amy, la seconda moglie, scultrice… McClure certo, ma… McClure chi? Io e Marco cerchiamo di dare sostanza a questo nome che torna improvvisamente da lontano.

Un principe della Beat Generation… Era il più bello di tutti. Da ragazzo, si trovò sulla stessa scena di Ginsberg quando Allen lesse Howl e finì nei casini… Poi, forse, è stato il più rock dei Beat, era accanto a Ray Manzarek dei Doors come performer e figura nei coccodrilli come role model poetico per Jim Morrison.

Mi viene in mente che in non so che intervista concessa a una già svampita Fernanda Pivano, qualcuno, forse Ginsberg, forse Ferlinghetti, le aveva detto che McClure quando leggeva ruggiva, cioè che il suo verso tipico se si voleva sintetizzarne la poesia era una specie di “graaaahhh”. Una cosa così. E infatti McClure si produsse on stage in un variegato ventaglio di ringhi, per esempio quella volta che lesse (“parlando” con loro) dei testi a veri leoni – abbiamo recuperato uno spezzone di Usa Poetry Series (1966) di Richard O. Moore, dove McClure surclassa in maestà e intensità – e ferocia – gli ospiti delle gabbie dello zoo di San Francisco.

Comunque. Ci sembra che sia apparso in un paio di libri di Kerouac (nei Dharma Bums per certo) e che avesse fatto l’Acid Test – era una specie di tampone per i Beat di un tempo … – in quanto era andato a spasso spesso per la sua coscienza, e del resto aveva una forte attenzione per la natura.

Poeta, playwriter, giornalista, attore (con Peter Fonda), sul palco per l’ultimo walzer di The Band. Ecco: Michael McClure era un sacco di cose. Il mio amico Marco è risolutivo: si ricorda che in mezzo a libri di poesia, commedie, articoli per Rolling Stone ha scritto pure una canzone per Janis Joplin. Quella che comincia così

Oh Lord, won’t you buy me a Mercedes Benz?

My friends all drive Porsches, I must make amends.

Worked hard all my lifetime, no help from my friends,

So Lord, won’t you buy me a Mercedes Benz?

Cioè, di McClure c’è il primo verso, che Janis Joplin gli prese in prestito. Ma per ricordarlo oggi ci basta – è un verso bellissimo – mentre googliamo per cercare in rete una sua raccolta: quattro anni fa ha pubblicato Mephistos and other poems per la City Light Books, e per chi se no?

MICHAEL, JIM, JANIS E UNA CANZONE

McClure figura come il più rock dei poeti Beat per un seminale incrocio di strada con Bob Dylan, nel 1965 – Dylan gli mette in mano l’autoharp -, e per una sorta di magistero poetico esercitato su Jim Morrison – forse più semplicemente ne è un assiduo compagno di strada e di illuminazioni.

Racconta per esempio in un’intervista del 1986 al Los Angeles Times che sembrano tagliati su Morrison i versi di William Blake Energy is eternal delight, and exuberance is beauty. Traduzione: Morrison, più che “autodistruttivo”, è un uomo che fa senza risparmio uso di sé. È da ammirare non da compiangere, quando nel luglio del 1971 entra nel famigerato club dei 27, dove l’hanno preceduto nel 1970 Jimi Hendrix e Janis Joplin.

McClure è noto proprio per la canzone firmata con Janis, Mercedes Benz, che per le royalties probabilmente gli cambia il conto in banca. Le parole del testo nascono per caso, a Port Chester, N.Y., nell’agosto del 1970, durante una session tra Joplin e l’amico e cantautore Bob Neuwirth. La sardonica preghiera viene ispirata da un verso di una canzone (un haiku?) di McClure, rimasto in testa a Janis. Il verso originale del poeta di Haight-Ashbury è diverso, e meno bluesy, di quello che sentiremo cantare: C’mon God, and buy me a Mercedes Benz.

Nel dettaglio: Joplin è in possesso di una Porsche 356 C del 1965, acquistata nel 1968 e decorata in stile psichedelico dall’amico Dave Richards. È sua quindi la Porsche del secondo verso della canzone.

Ma quale Mercedes? Si può pensare a una lussuosa Mercedes-Benz 600 e non al modello sportivo, la Mercedes-Benz SL roadster, popolare negli anni Sessanta. Nell’autobiografia Midnight Mover (2006), Bobby Womack avvalora la tesi: sostiene che Joplin si ispirò viaggiando sulla sua berlina tedesca.

Comunque. Qualcuno, forse Janis stessa, telefona a San Francisco a McClure e gli chiede il permesso di utilizzare il famoso verso. McClure dice di sì anche se non è entusiasta, preferisce il suo di pezzo. Secondo la leggenda, il poeta e Janis si sarebbero cantati al telefono le reciproche versioni, McClure accompagnandosi con l’autoharp dylaniano.

È entusiasta invece Joplin quando incide la canzone a cappella, senza i Full Tilt Boogie, ai Sunset Sound Recorders di Los Angeles. È il primo ottobre 1970. Tre giorni dopo, lascia gli studios alle 11 p.m. con l’album Pearl praticamente finito e muore per overdose di eroina, la notte del 4, al Landmark Motor Hotel di Hollywood. Joplin usa gli oppiacei per tenersi lontano dall’alcol che le fa perdere verve quando registra.

Il testo di Mercedes Benz si intona alle critiche al consumismo portate dal movimento hippy: “Non stiamo male per ciò che non è, ma per quello che non abbiamo” (Joplin, cit. da Chris Neal in Performing Songwriter, Issue 116, 2009). Nonostante ciò, e con spregiudicatezza commerciale, la casa automobilistica tedesca usa la canzone in uno spot per rinfrescare il brand nel 1995.

Il rock rinfresca invece la poesia di McClure perché lo riporta “alla rima, che stava scomparendo dalla mia poesia”, gli rida una concretezza che lo avvicina alle nuove generazioni, a cui, a sua volta, insegna. Ammira, anche se non si mescola con loro, i giovani punk, al contrario di Allen Ginsberg che compare in un track di Combat Rock dei Clash. Ma questa è un’altra storia.

Foto: onehandclapping. JJoplin: Elliot Landy

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